A Pisa l’assemblea dei ricercatori della facoltà di Ingegneria ha proclamato lo stato di agitazione e la sospensione dell’attività didattica.
A Firenze i professori delle facoltà di Architettura e Ingegneria hanno dedicato la prima settimana di lezione ad informare gli studenti del contenuto della legge 133.
Il 21 luglio, per la prima volta nella storia accademica della Regione, i 4 Rettori delle Università dell’Emilia-Romagna hanno convocato un summit dei rispettivi senati accademici nel quale esprimeranno poi tutta la loro preoccupazione sul decreto del governo che anticipa la manovra Finanziaria, ormai legge 133.
Quest’estate, mentre noi studenti pensavamo agli ultimi esami e aspettavamo le agognate vacanze, su proposta del Ministro del Tesoro, il Governo concedeva la possibilità alle università pubbliche di trasformarsi in fondazioni private. Misura di straordinaria necessità e urgenza, si legge nel decreto 112, ad Agosto convertito in Legge dal Parlamento. Prospettiva forse legittima se non fosse che tale soluzione sia, di fatto, imposta come ultima spiaggia per far fronte al taglio di 1500 milioni di Euro in 5 anni imposto all’Università pubblica. L’ennesimo colpo inferto ad un sistema universitario che già vantava il penultimo posto nel rapporto 2008 dell’OCSE che misura la spesa totale per la formazione universitaria rispetto al prodotto interno lordo: un misero 0,9%, a fronte di una media europea dell’1,5%. Che l’Università abbia bisogno di un’importante ristrutturazione lo si avvertiva già da tempo. A questa esigenza avevano cercato di rispondere i rettori di 19 atenei nello scorso marzo, a Bologna, con la costituzione di Aquis (Associazioni per la qualità delle università italiane statali) con l’obiettivo di proporre strategie per la definizione di obiettivi e programmi comuni con Parlamento e Governo. Tavolo cui, almeno inizialmente, aveva preso parte anche l’ateneo ferrarese. Ogni anno ciascun ateneo ottiene una quota di soldi dallo stato (FFO) che poi decide di spendere come meglio crede. Già a partire dal 1996 ci si era dati un modello ideale di ripartizione dell’ammontare complessivo del finanziamento statale, basato su criteri di qualità ed efficienza. Questo modello non è mai stato applicato fino in fondo, anzi l’istituzione dell’agenzia di valutazione (ANVUR) è stata appena bloccata. Ci sono quindi atenei virtuosi sistematicamente sotto-finanziati e altri meno virtuosi sistematicamente sovra-finanziati. La legge prevede inoltre il sostanziale blocco delle assunzioni: ogni Università potrà disporre una nuova assunzione ogni cinque pensionamenti, a prescindere anche qui dall’efficienza nell’uso delle risorse. Abbiamo la metà dei ricercatori e dei docenti della media dei paesi europei, 2,7 contro 5,1 ogni mille abitanti. Se l’Italia volesse esser in media con l’Europa, già indietro rispetto a USA e Asia, dovrebbe avere 117.000 persone strutturate a fronte delle 62.000 unità attuali che la legge 133 farà scendere nel 2012 a 54.000.
Vi starete chiedendo cosa ci perdano gli studenti. In media oggi un docente/ricercatore dedica metà del tempo alla didattica e metà del tempo alla ricerca. Il primo effetto del dimezzamento dei docenti sarà che questi, assorbiti dai mille corsi, non potranno che dedicare tutto il loro tempo unicamente alla didattica. A lezione avremo di fronte professori che non sapranno far altro che parafrasare il contenuto di manuali: nient’altro che un super-liceo.
La “privatizzazione” dell’Università pubblica a breve potrebbe rappresentare per molti Atenei la strada necessaria per la sopravvivenza, e non conforta l’ambiguità con cui la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università italiane), unanime nel bocciare i tagli, ha accolto questa possibilità.
In realtà già ora i privati non sono estranei alla vita dell’università: il Fondo pubblico di finanziamento ordinario (FFO), serve a stento a pagare gli stipendi. A Ferrara, ad esempio, esiste un comitato dei sostenitori che finanzia l’università per circa un milione di euro, ed è costituito per la maggior parte da enti pubblici e fondazioni bancarie con cui l’Università sigla intese che spesso sono alla base della scelta di aprire sedi convenzionate. Che cosa cambierebbe allora con la trasformazione delle università in fondazioni? Cambia Chi decide. Ora le decisioni riguardo la vita dell’ateneo sono prese dagli organi accademici, espressione delle diverse componenti presenti nell’Università. Nell’Università-fondazione la legge 133 non riserva alcuna competenza decisionale agli organi accademici, non escludendo quindi, anche nelle scelte legate all’insegnamento -e soprattutto alla ricerca-, che l’ultima voce possa spettare al Consiglio di Amministrazione della Fondazione, espressione degli investimenti dei privati. Spesso si sostiene che questa possibilità sia di fatto limitata alle realtà universitarie presenti in territori economicamente sviluppati ed è il motivo per cui anche a Ferrara, almeno ufficialmente, il discorso fondazioni è accantonato. E’ un argomento che convince poco. La possibilità di fruire di un grande centro di ricerca potrebbe far gola ovunque, anche oltreoceano: è quello che già succede ad esempio in altri paesi europei. A farne le spese saranno di sicuro le ricerche di base: Einstein di certo non avrebbe riscosso la simpatia di alcun finanziatore, la teoria della relatività in fondo non poteva che apparire priva di qualsiasi risultato immediatamente spendibile. I ricercatori andranno all’estero, gli studenti probabilmente seguiranno i primi e, con l’ingresso di finanziatori privati, disinteressati alle ricadute nel territorio delle ricerche, verrà meno la fitta rete di rapporti con gli enti locali. Tornando a Ferrara, anche se non si dovesse arrivare alla privatizzazione dell’Università, di certo, intanto, siamo dinanzi ad un importante ridimensionato dell’indotto prodotto dall’Ateneo, che non può continuare a incontrare il disinteresse della città prima che degli studenti.
Luca Iacovone, Cono Giardullo, Marco Zavatta
RETTORE: l’intervista
Luca: Alcuni professori si appellano ai Rettori perché blocchino le attività didattiche; i ricercatori, con gli studenti, raccolgono firme a Ferrara per sensibilizzare la città sui rischi che incombono sull’Ateneo. Il nostro Rettore cosa sta facendo? Il R: Io sono contrario alla sospensione dell’anno accademico, perché sarebbe come tapparci la bocca di fronte ad una situazione che vuole limitare i nostri spazi. Sono contrario ad ogni privatizzazione dell’Università, ma sono anche contrario ad ogni appropriazione indebita dell’Università da parte dei singoli docenti per i loro interessi personali. Luca: L’Università così com’è non va. Gli sprechi ci sono, e il primo esempio che si fa è quello delle sedi convenzionate. L’università di Ferrara arriva a Rovigo, Bolzano… Sono davvero la causa che giustifica i tagli, o forse l’effetto dei tagli cui l’Università cerca di far fronte stipulando convenzioni che portano a dislocare professori anche laddove non è necessario? Il R: Sono perlopiù convenzioni con cui noi svolgiamo un’attività didattica che ha una componente pratica di tirocini svolti presso degli ospedali decentrati. Non si può dire che l’Università non debba svolgere le sue funzioni al di fuori del suo contesto. Abbiamo un rapporto fortissimo con l’Università di Curitiba in Brasile e con il Politecnico del sud della Cina. Insomma, se mi si dice che non ci sono più le risorse, io me le vado a cercare, dal Brasile alla Cina. Luca: Qual è allora la soluzione? Il R: Ci può essere un’illusione, perché conosco i miei vecchi professori, che dicono: abbiamo sbagliato tutto, dobbiamo tornare quello che eravamo, un’università piccola, di campagna, dove il Rettore veniva nominato dal Rotary, o a casa del professore di medicina. Quella soluzione lì non c’è. Io non faccio una battaglia per riportare l’Università di Ferrara all’Università dei soliti quattro figli di avvocati, o figli di medici. Io non torno indietro. Luca: Eppure l’attenzione dei media e della città è quasi nulla… Il R: Certo perché l’immagine dell’Università la danno i concorsi fatti per i figli dei figli. Noi siamo duramente contrari a questa impostazione, ma guai se così facendo diamo copertura a quelli che in questi anni hanno fatto di tutto per massacrare l’università dall’interno. Noi pesiamo per 175 milioni di euro di fatturato, più 130 indiretti. In questa città noi contiamo per 300 milioni di euro. Se l’Università torna ad essere quella di prima, una cosa separata e chiusa, la città ci faccia un pensiero.
La voce della ricerca: Intervista alla dott.ssa Borelli (Ricercatrice) e alla dott.ssa Ravaglia (coordinamento ricercatori precari)
Luca: Perché uno studente promettente dovrebbe decidere di dedicarsi alla ricerca nell’Università, pur sapendo che v’è oggi l’impossibilità di fatto di riuscire ad arrivare alla famigerata “cattedra”? Dott.ssa Borelli: bisogna distinguere la carriera accademica dalla passione per la ricerca. Se uno ha la passione per la ricerca credo che le possibilità ci siano, non tanto in Italia, altrove sì. Tanti del primo coordinamento dei ricercatori precari, di cui ho fatto parte, oggi sono negli USA o a Londra. Luca: Secondo lei è possibile conciliare la necessità di ristrutturare l’università con l’altrettanto necessaria tutela della ricerca? Dott.ssa Borelli: E’ possibile mettendo come prima voce “Valutazione” e non “Governance”. “Valutazione” significa tagliare laddove ci sono gli sprechi, non tagliare indistintamente come ha fatto questo anticipo di manovra finanziaria. Luca: Quanto pesa la percezione di un’Università nepotistica sul disinteresse degli studenti, a suo giudizio?
FRANCESCO FERSINI: gli studenti presidente del Consiglio degli Studenti
Luca: Qual’è stata la posizione degli studenti all’interno degli organi accademici? Francesco: Abbiamo indicato che fondamentale per noi è che venga salvaguardata innanzitutto la qualità della didattica e i servizi agli studenti. Penso alle aule studio aperte fino a sera, ad esempio, oppure alle borse di studio previste dall’Ateneo e finalizzate all’internazionalizzazione dello stesso. Di fronte a questi tagli è necessario che l’università miri più che ai numeri, come è stato fatto spesso nel passato, all’eccellenza. Luca: Quali saranno allora le soluzioni che prospetterai per far fronte ai tagli imposti all’Università? Francesco: Il nostro Ateneo da più anni ha cercato finanziamenti da terzi. Io credo quindi che i tagli siano un’extrema ratio, spero si faccia un ragionamento senza troppi pregiudizi ideologici, di apertura a settori di privato sociale, se questo potrà servire a mantenere in vita i servizi. Luca: E se si rendesse concreta la possibilità per l’Università di Ferrara di trasformarsi in Fondazione, quale sarebbe la tua posizione?
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