|
Fili che si intersecano diventando corpo e materia grazie alla luce – che, inoltre, permette loro di emergere dalla stanza buia - introducono allo spazio espositivo dell’Arsenale, aprendo in modo suggestivo ed emozionale la visita alla 53esima Biennale di Venezia. È l’opera che celebra il percorso artistico della brasiliana Lygia Pape, scomparsa da poco, e che palesa fin da subito uno dei temi affrontati in occasione della manifestazione veneziana, affidata al danese Daniel Birnbaum – direttore dell’Università di Francoforte sul Meno – che ha scelto per tema Fare Mondi. Lygia Pape
Argomento d’attualità e contemporaneamente sfida alla banalità, Fare Mondi: agli artisti viene chiesto di creare opere non tanto che rispecchino il presente, quanto che prospettino un futuro, senza però appiattirsi su un linguaggio scontato e poco reale. Sfida, questa, superata grazie alle numerosissime partecipazioni internazionali e al confronto diretto che diventa una costante del progetto espositivo. Infatti, nelle sale dell’Arsenale – spazio da sempre duttile e di enorme versatilità creativa, grazie alla sua struttura austera e precisa – accanto alle musiche tradizionali che accompagnano l’installazione di Pascale Martine Tayou, artista che ci porta all’interno di un villaggio africano, stanno i ritagli di giornale e di fumetti ingigantiti da Jan Hafstrom, artista americano che ci apre il suo personale archivio iconografico. Sono due mondi contrapposti e diversissimi che, attraverso il linguaggio delle immagini, trovano il modo per raccontarsi e confrontarsi. E questo è quanto avviene lungo tutto il percorso della Biennale, dove anche passato e presente trovano un punto di incontro nelle sale: possiamo citare Michelangelo Pistoletto che, occupando la sala con i suoi tradizionali specchi, introduce alla riflessione architettonica e spaziale di Yona Friedman (teorico e architetto che riflette sull’esistenza e la percezione di spazi teoricamente improbabili), di Marjetica Potrc (che risponde al problema urbanistico con soluzioni e istruzioni attuabili da tutti), di Carsten Holler (artista belga, le cui immagini stanno sulla soglia tra reale e artificiale, tra possibile e improbabile, dove la fotografia si fonde con il segno grafico posto dall’artista). L’architettura, l’abitazione, lo spazio dell’uomo sono tematiche molto sentite e sviluppate durante questa Biennale, fornendo ipotesi di mondi e futuri possibili.
Carsten Holler
Procedendo lungo lo spazio dell’Arsenale, si incontra il video di Ulla von Brandenburg, girato nella Ville Savoye di LeCorbusier: passando attraverso una serie di teli, posti come quinte teatrali, si giunge allo spazio della proiezione, guidati da una voce femminile tenue e limpida. Sembra la storia di una famiglia o una favola, narrata in tedesco. Durante lo svolgersi del video, la voce passa da un personaggio all’altro, come fosse un influsso vitale che accompagna l’intera azione, che si conclude con un vero e proprio teatrino allestito nello spazio aperto della villa, in cui i personaggi diventano attori o spettatori. Ulla Von Brandenburg
E così si prosegue tra video volutamente gogliardici, come quello proposto dal duo francese Bestué/Vives che riflette sul rapporto dell’uomo col mondo animale e con quello della macchina, e l’installazione, tutta giocata sul dinamismo del colore e sul suo effetto visivo, presentata da Clido Meireles, fino a giungere all’opera dell’artista indiano Sunil Gawde che propone la doppia faccia della macchina: da una parte, il rude meccanismo fatto di ghiere rotanti, dall’altra il movimento che genera un cielo di lune crescenti e calanti. La macchina è protagonista dell’altra installazione rigorosamente al buio proposta negli spazi dell’Arsenale, quella di Chu Yun che espone un ambiente dove gli unici punti di riferimento sono i led luminosi degli elettrodomestici, che scompaiono nell’oscurità per lasciare posto a una piccola costellazione presente nel nostro ambiente quotidiano.
Chun Yun
Nell’Arsenale, trovano spazio anche alcuni padiglioni nazionali: Cile, Emirati Arabi Uniti, Repubblica Popolare Cinese, Turchia, Istituto Latino-Americano e il padiglione Italia. Quest’ultimo, intitolato Collaudi in onore al fondato del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, e curato da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli, ci è parso un punto critico dell’esposizione: gli artisti prescelti, tolte poche eccezioni (Bertozzi & Casoni, che mettono le miniature di opere d’arte del passato a riposare e rigenerarsi entro cassette del pronto soccorso; e Valerio Berruti, sempre capace di regalarci una nota di tenerezza, grazie al video accompagnato dalle note di Paolo Conte), a nostro avviso, non sono sembrati i migliori rappresentanti di una possibile avanguardia artistica italiana, a causa di poche idee male espresse. Un peccato, vista l’enorme portata della Biennale come vetrina per artisti e per movimenti da consolidare.
Ultime note per quanto riguarda lo spazio dell’Arsenale spettano all’installazione di Tamara Grcic, i cui gommoni rosso vivo portati all’interno delle vasche dell’Arsenale sono accompagnati da un commento musicale non direttamente connesso alla scena, creando spaesamento ma anche forte fascino, dato dall’apertura a possibilità spazio-temporali nuove; e al grande progetto di Jan Fabre, From the Feet to the Brain -Dai piedi al cervello, curato da Giacinto Di Pietrantonio – direttore della GAMeC di Bergamo. L’artista olandese presenta una complessa allegoria del corpo umano, attraverso la sintesi di cinque suoi aspetti vitali: la pancia, i piedi, il sesso, il cervello, il cuore. Le immagini inquietanti e dirette, tanto da essere vietate ai minori se non accompagnati da un maggiorenne, ci portano all’interno del corpo umano, ponendoci di fronte alla parte più interna di noi. Come se le autopsie di Leonardo e Rembrandt avessero viaggiato fino al XXI secolo per diventare tridimensionali, sempre più inquietanti e perverse.
Tamara Grcic  Jan Fabre Il secondo giorno è dedicato ai Giardini, seconda storica location della Biennale di Venezia. La visita si apre con il Padiglione della Gran Bretagna, che presenta un solo artista: Steve McQuinn. Il suo video, della durata di circa trenta minuti, è proiettato da due macchine diverse e su due schermi giustapposti: i continui rimandi dal particolare al totale, dal mondo vegetale alle vicende degli uomini, creano un’opera da cui non ci si riesce a congedare e da guardare fino alla fine per comprendere fino a che punto la nostra immaginazione può instaurarsi su una storia predefinita ma senza una trama immediatamente svelata. Un po’ deludenti il padiglione francese, dove campeggia la grande gabbia in cui Claude Lévêque pone tre grandi bandiere nere mosse da un vento di presagi, e quello tedesco, dove Liam Gillick svolge all’interno dello spazio dei mobili di compensato, tutti connessi tra loro e sorvegliati da un gatto sornione, che sembra l’autore del racconto narrato durante la visita. Tra i vari padiglioni, notevoli quello dell’Ungheria, della Polonia, il Palazzo delle Esposizioni. Il padiglione ungherese propone uno sguardo sullo studio dei volti e delle espressioni: Col tempo – il progetto W. è giocato sulla visione del sé e dell’altro. Intitolato Ospiti, il padiglione polacco si apre con una suggestiva e sconcertante frase di Hannah Arendt sulla condizione del rifugiato (“I rifugiati cacciati dal loro paese sono l’avanguardia del popolo”) per poi proseguire con un bell’ambiente in cui vengono proiettati situazioni di scambio quotidiano e di strada, tra persone che parlano lingue diverse. Il Padiglione Ungherese
Il Padiglione Polacco
Il Palazzo delle Esposizioni è sempre il più ricco di proposte: infatti, comprende ben 37 artisti internazionali, tra cui ricordiamo: l’installazione ambientale di Tomas Saraceno, che ci fa passare attraverso un’enorme ragnatela di corde tese da possenti vedove nere per giungere al Giardino Giapponese progettato da Carlo Scarpa (uno degli spazi più stimolanti e affascinanti della Biennale) occupato dall’installazione sonora di Roberto Cuoghi che riproduce una canzone erotica cinese del 1940 proibita perché considerata troppo osé. Tra le proiezioni, ricordiamo: quella in Claymation inserita nel paesaggio di piante carnivore di cartapesta proposta da Nathalie Djuberg, che indaga i meccanismi delle relazioni umane; quello di Dominique Gonzales-Foerster che racconta, con delicata forza introspettiva, la vicenda di un artista che tenta per tre volte di partecipare alla Biennale di Venezia; quella di Hans Peter Feldmann che, utilizzando la sala come un enorme diorama o come un teatro di marionette, crea una storia continua sulla parete illuminando oggetti comuni posti su un lungo tavolo; infine, secondo me la migliore, quella di Simon Stirling che ci presenta la proiezione e il suo meccanismo: l’immagine è quella che narra della storia di una fonderia, ma viene prodotta da un marchingegno quasi diabolico e affascinantissimo che sbobina la pellicola creando come una fontana di immagini.

Hans Peter Feldmann e Simon Stirling Uno dei padiglioni che ha destato più stupore, ammirazione e curiosità è stato The Collectors, creazione geniale dei Paesi Nordici. All’esterno, una piscina costantemente pulita dalle foglie che vi cadono è occupata dal corpo riverso un uomo connotato dagli oggetti che ha perso annegando: il pacchetto di sigarette e il Rolex d’oro. All’interno, una casa in rigoroso stile nordico, dove si percepisce la presenza della vita quotidiana, grazie all’arredo (divani, sedie, sanitari, cucina, letto, dove ci si può sedere e leggere le lettere dell’uomo), prefigurando e costruendo la vicenda che ha portato all’affogamento del nostro personaggio misterioso. La palma del migliore, a mio avviso, va al Padiglione Belga, rappresentato da Jef Geys: la sua indagine unisce biologia, topografia, geografia e demografia, in un progetto denominato Quadra Medicinale. Le piante, selezionate, fotografate, essiccate, poste sotto teca vengono presentate unitamente al luogo in cui sono state rinvenute, accompagnate dalla mappa e dalla fotografia del luogo di ritrovamento. L’arte qui si fa davvero totale, abbracciando l’esperienza comune e rendendola qualcosa di più. Come proposto dal tema della 53esima Biennale di Venezia, viene “fatto un mondo”, sì nuovo ma costituito da noi.
Jef Geys
|